giovedì, 05 novembre 2009, ore 20:37

Fuori piove, ed è buio perso come fosse notte. Ho una lieve febbricola con raffreddore che più che farmi realmente patire mi stanca, e la sfrutto come buona scusa per saltare la lezione. Qui nel tepore di casa, la mia coinquilina che suona l’arpa di là, mi prendo del tempo per pensare e raccontare –per una volta- a mio agio, senza fretta, ripercorrere quello che è stato, nell’attesa che la comunità internazionale riconosca in me un genio della letteratura e mi assegni un vitalizio per poter continuare a viaggiare e scrivere senza volgari preoccupazioni materiali, come ad esempio fare la spesa al Conat, rispettare i turni delle pulizie, fingere di interessarmi a problemi tecnici di architettura (starà poi su questa roba? Ma questo, è uno spazio pubblico o un vuoto urbano?). Raccontiamo.

 

NARRAZIONE:

Seguì una notte agitata e ansiosa. Non riuscivo a dormire, come sempre quando divido per la prima volta la stanza con qualcuno. Imponevo a me stessa di non rivoltarmi nel letto come un raviolo. Forzatamente immobile, stesa sulla schiena, ascoltavo il respiro pesante e un po’ agitato di Beta, priva di sensi con la faccia al muro alla mia destra, e potevo intravedere il pigiama scuro di Madame Chauchat, prona sopra la sagoma lattiginosa del cuscino, sul lettino sotto le finestre. Mi scappa la pipì. Dannazione. Una consapevolezza improvvisa e scomoda. Mi alzo silenziosamente e tento leggera di attraversare la stanza. Ma il vecchio parquet mi tradisce, producendo un terribile squeack. Mi blocco e guardo alle mie spalle. Tutto tace. Faccio un passo ulteriore e chi è? –la domanda, o forse farei meglio a dire urgente ingiunzione, viene da Madame, che è scattata a sedere sul letto, alzandosi sprooooing come una molla, il cuscino ancora abbracciato e gli occhi persi nel vuoto. Sono io, dico piano, tentando di ricacciare il cuore nella sua collocazione naturale e originale dall’esofago dove si è rifugiato tremante. Chi è, ripete lei con tono sempre più allarmato. Mi guarda ma non vede. Sono io che vado in bagno? Ribadisco ma con intonazione più incerta, pronta a ridiscutere la situazione, pormi dei dubbi, parliamone, come direbbe lei (ma, ti prego, non mi spaventare così). E lei replica, non si può, non si può perché –e diventa più titubante man mano che parla- io sono già nel letto, di questo…carbone. Respiro. Oh. Ochei. Tutto a posto, chiedo. E lei: sìsì, discorsiva. Bene, e mi chiudo in bagno a contare i capelli bianchi. E mentre faccio la pipì canticchio nella testa quella famosa aria mozartiana, il pezzo che dice ricerco il bene/fuori di me/non so ch’il tiene/non so cos’è/sospiro e gemo/senza voler/palpito e tremo/senza saper/non trovo pace/notte né dì/ma pur mi piace/languir così. E la notte trascorse poi in lieta insonnia, e giunse il mattino radioso e felice, e suonò la sveglia di Madame quelle tre-quattro volte, in seguito alle quali ci trascinammo giù dai letti, sbattute. Era la mattina del mio debutto congressuale. Non potei mangiare nulla –conati- mentre le mie due compagne sorbivano educate uno yogurt; l’anziana signora del bed&breakfast ci aveva infatti comunicato, al momento della prenotazione: niente breakfast. Solo bed. Bed an’ Basta. Ma, scese dalla scala in pietra con la guida verde di moquette, già in tiro e ticchettanti sopra i tacchi, trovammo la locandiera, proprio lei, piazzata davanti alla porta come cerbero, le mani sui fianchi. Soooorr- preeesaaaaa! Ella esclamò evidentemente soddisfatta delle nostre facce sgomente, e ci condusse ad un tavolo imbandito con speck, formaggio, marmellata di fichi e beverami vari, tavolo naturalmente anch’esso kitsch e in tema con l’ambiente, le sedie in legno scomodo con gli intagli a cuore nello schienale. E ci ingiunse, quasi a forza, di mangiare; e mentre loro consumavano la seconda colazione nel giro di un quarto d’ora io mi limitavo, sempre vomitosa, ad una tazza di caffé forte, e con forte intendo dire –forte.

All’università, ch’era un palazzo antico ma angusto e un po’ dimesso, non c’era ancora nessuno dell’organizzazione, solo i convegnisti, un po’ sperduti, in mezzo ai quali ritrovammo sana e salva, menomale, la Signora del Peyote, evidentemente sopravvissuta al tassì. 

Piacerebbemi, arrivati a ‘sto punto, descrivervi la fauna, e che successe, nei dettagli; ma non posso. Per evidenti motivi. Sono già troppo esposta qui, in questo luogo virtuale azzurroblu, già troppo riconoscibile senza che necessiti di farmi espellere dalla comunità (oddio, comunità…) scientifica (oddio, scientifica…) della quale neanche ancora faccio parte. Per cui. Mi limiterò a qualche breve flash.

 

Sta parlando una ragazza. Il computer le ha giocato un brutto tiro. E lei parla a braccio, a memoria, sapendo di risultare comunque convincente; e intanto, nell’altro emisfero cerebrale, ci giurerei, sta imprecando contro la sua porca sorte.

Sta parlando un uomo pelosissimo. Non riesco a pensare ad altro, sta dicendo delle cose pure interessanti, ma è così peloso e capellone, che noto solo il petto e la di lui ricciuta chioma.

 

Sta parlando una ragazza, molto in tiro. Sta facendo un elenco di inutilità e luoghi comuni, e ne è, credo, vagamente consapevole. Sa di essere lì, in modo indiretto ma sicuro, per il suo bel viso. Ha un atteggiamento quasi di giustificazione.

 

Sta parlando una donna dal forte accento toscano. Sorride. Sorride sempre. Ha una bocca larga e simpatica. Sorriderà per i prossimi due giorni, pure sentendosi, a volte, fuori luogo.

 

C’è un buffo omino dall’accento affettatamente francese, che fa domande inutili ed indisponenti. Cerca di farsi notare, ma a tratti si vede che è solo un ragazzo sperduto.

 

Nel grande auditorium per i saluti delle autorità. Parole, parole, parole, e non è la Mina, purtroppo. È una donna integralmente rossovestita e paurosamente incline al teatrale e all’autocommozione. Non starà per piangere davvero? –stava, davvero. Dio, fa’ che finisca presto. With my little eye I spy… tre persone sedute in alto a sinistra. La prima, a destra, una ragazza dai capelli castani e occhiali verdi. È molto seria, quasi incupita. Ascolta attentamente. È il ritratto di una quieta e bella infelicità. Sembra concentrata e, al tempo stesso, altrove, distante mille miglia in un mondo a noi inaccessibile. Accanto a lei una giovane donna bionda dal viso fiammingo. È elegante nel suo tailleur marrone, molto semplice. Disegna in biro blu girali e foglie sul suo taccuino, assorta. Quanti anni potrà avere? E cosa pensa? È immersa in profonde e serie riflessioni, o forse sogni di un mondo lontano, o forse ancora ascolta solo il rumore dei suoi pensieri? E, ultima, una ragazza bruna, secca, dalla bella camicia granata. Ha lunghi capelli neri legati con una coda alta. È agitata, vaga con gli occhi febbrili per la sala, scrive, fruga nella borsa, non ferma le mani un momento. Sicuramente si sente fuori posto, e lo sembra, in effetti.

 

Giorni agitati, giorni tranquilli di monotona abitudine, giorni folli e ineffabili. Cosa è successo davvero? Solo tre giorni? O mesi interi e ere geologiche di distanza temporale –anni luce di spazio intergalattico fra questi luoghi e quelli? In fondo, è stato solo un banalissimo convegno.

 

C’è un uomo barbuto male in arnese, magro, con uno smandrappato impermeabile rosso, che approfitta di un momento di distrazione tra il lunch e la ripresa delle sessioni per avvicinarsi furtivo al tavolo del beverame ed imbustarsi una bottiglia intatta di spumante. Il solito barbone imbucato o il chairman dell’ultima sessione parallela?

 

C’è un pezzo grosso, lampadato e plurisorridente, che s’è portato appresso un harem di giovani assistenti, tutte carine, tutte alte, tutte brune, tutte oche. A turno mette loro, paterno, un braccio sulle spalle.

 

C’è una ragazza profondamente infelice che pensa seriamente di sballarsi di naprossene sodico e birra –che insieme le danno un feeling pazzesco- pur di dimenticare lo schifo di ambiente in cui sta immersa. Durante il lunch cerca febbrile, almeno il vino: non c’è. Cerca l’antidolorifico. Non ha neppure quello. Si trattiene dal chiederlo alla sua compagna di sventure, perché ha paura del suo giudizio. Almeno col peyote si medita. Con questo ci si strafa soltanto. Non è altro che una piccola drogatella, quindi? Ah, è così, che siamo diventati? Bene. Complimenti. Una fuga dalla realtà, in grande stile. Ma tu non vedi il vuoto esistenziale che c’è qui. Tu non vedi le teste di ca//o dalle quali siamo circondati. Vanità, vanità, tutto il mondo è vanità. Fugge dai discorsi politici e di facciata che devi fare se vuoi stare in quell’ambiente. Fugge con la mente. Spedisce il suo doppio astrale in alto sulla collina, ai piedi del castello, a guardare l’infinito, mentre il corpo ritorna, docile, all’auditorium per la sessione pomeridiana. Diapositive. Una collina carsica (Grecia?) digradante sul mare che è, come dice la canzone, una tavola blu. Il doppio astrale della ragazza esce nuovamente dal suo corpo materiale e casca dentro la fotografia. Buon odore di stoppie bruciate dal sole, stordente frinire delle cicale mentre scivola sempre più rapidamente, a volo radente, giù per la collina e poi –rapidissima- plana sulle onde salmastre, se allunga una mano sentirà il contatto tagliente con l’acqua, la spuma leggera sulle creste d’onda, e poi un decollo improvviso, il cielo pulito e sgombro da nubi, salire verso l’infinito e oltre –e riprecipita di nuovo nel suo corpo, nell’auditorium sonnacchioso del dopopranzo, in mezzo a gente folle alla quale non gliene –lasciatemelo dire- non gliene fotte niente gli uni degli altri, fanno finta, è lo sport nazionale fare finta, e fare cene insieme, un altro sport nazionale, e contraddirsi e ribadire le alleanze e le inimicizie, tutto a parole, perché non c’è un rapporto che sia autentico, un’emozione che sia umana, un accadimento che non sia costruito a tavolino, tutto tutto tutto è falsità, persino questi abbracci e questi sorrisi sono falsi, e –perdio! Se ciò è quello che mi aspetta, for the rest of my life, no grazie, non voglio, sarò una persona piena di difetti ma rifuggo dalla falsità come un gatto dall’acqua, mi fa fisicamente orrore, e non posso restare qui, in mezzo a voi tutti, un istante di più.

 

E se ci ripenso, mi sembra inutile perfino raccontare, perché, diciamocelo: sto tentando di effare l’ineffabile, come sempre ma più di sempre –anche l’italiano mi va stretto.

VeraMatta

sabato, 31 ottobre 2009, ore 13:45

Partimmo una mattina col vapore/e poco dopo, al largo di Bordeaux –in realtà partimmo con il treno, molto prosaicamente, ma s’è mai visto d’attraversare tutta la pianura padana –per il lungo- in imbarchino? Con queste secche il Po non fa più testo. E dunque partimmo con il treno, Beta e io, da Torino Porta Nuova; quanto sono affascinanti i nomi delle stazioni se stai su a pensarci, se riesci a non farti condizionare dal ricordo del luogo fisico, che si sa le stazioni di solito fanno schifo, ma se riesci a pensare solo ed esclusivamente all’origine del nome te la dicono lunga sull’urbanistica prima che quel pirletti di Napoleone buttasse giù le antiche mura (ma in fondo sono convinta abbia fatto bene, sai com’era poco igienico prima).

Partimmo con il treno, e ridevamo di paura, e ne avevamo ben donde. Nel vagone c’era poca gente: noi, un paio di omini in giacca e cravatta, e quattro carampane dirette al lago, leggevano le riviste ad alta voce e commentavano. A Porta Susa salì Madame Chauchat. Aveva una valigia contenente diciotto tonnellate di bottiglie d’acqua. Noi divenimmo un poco più serie. Ci sistemammo ai nostri posti, io girata al contrario del senso di marcia come sempre mi piace viaggiare. A Milano salì sul treno un fottio di gente, tra cui un tipo dalla barba nera puntuta, una collana d’osso e un giornale impegnato, che venne a completare il nostro quartetto di sedili. Io cambiai posto, sempre a causa dell’inversione del senso di marcia, ché la Centrale è una stazione di testa –toh, non ci avevo mai pensato, eggià. Commentavamo queste piccole cose per ammazzare il tempo. Non avevo testa per leggere, né ripassarmi il discorso –a che serve?- né per sentire musica e di ridere non c’era più l’andazzo. Cominciava la Grande Stagione Depressiva, che nei giorni seguenti avrebbe lasciato spazio alle ampie Vette della Follia. Riuscii a concentrarmi una ventina di minuti sull’esercizio quotidiano di tedesco, poi ripiombai nel limbo. Nei pressi del lago, quando scesero le carampane, che erano riuscite a mettere in fila quasi trecento chilometri di parole senza neppure un fiato, mangiammo i panini. Erano appiccicosi. Il succo di mela era troppo dolce. L’idea dei biscotti pera e cioccolato mi nauseava.

 

Sono qui che ripercorro quei momenti mentre il fumo lento della sigaretta avvolge il computer (ma che sto a dire?). Sto cercando di ricreare l’atmosfera un po’ alla Isherwood di Addio a Berlino, lasciatemelo fare: me la immagino così. Le cose accadute a noi sono certo meno epiche ma non meno folli.

 

La città di confine era bella e limpida. Un lungo viale di ville primo novecento ci ha condotto alla pensione, dal nome pittoresco di locanda, e non meno pittoresca nell’aspetto. Come il resto della cittadina, una miniatura di Salisburgo. Rampicanti di stucco sulla facciata, il portoncino di legno, Postkasten, diceva la buca delle lettere. Venne alla porta una vecchietta, ma vecchia davvero, occhi enormi azzurroliquidi. Ci presentai. Lei sgranò ancora gli occhioni già grandi e disse che no, no, nessuna prenotazione, tantomeno di una camera tripla, non le risultava assolutamente. Era dispiaciuta ma no, proprio no. Beta agghiacciata fece il suo nome, insistendo. Proprio proprio no, non aveva prenotazioni, era tanto dispiaciuta. Ci guardavamo tutte, completamente gelate, in silenzio. E d’improvviso la vecchietta fece HA! battendosi le mani sulle ginocchia, mimo quasi esagerato, ve l’ho fatta! disse, e a noi pfffffffffffffffffffff uscì lentamente il fiato trattenuto nel terrore e ridendo fintamente forzatamente eheh, signora, egià, ce l’ha proprio fatta, mentre lei si sganasciava. Santo cielo. E sempre ridendo ci introdusse nella casa, regno del kitsch. Ai muri, laddove essi si potevano intravedere -oltre la cortina di piatti, diplomi, stemmi, quadretti, cuori ricamati Herzlich Wilkommen, fotografie seppiate, l’imperatore Francesco Giuseppe, e naturalmente Sissi, dicevo, ai muri perline in legno di puro stile alpino. Alla porta una chiave, che subito la signora ci mostrò raccomandandosi di chiudere sempre, e alla chiave una pecorella in peluche, che ci fu anch’essa presentata. Piaceva tanto, questo pupazzo alla signora, no? Non era forse carina la pecorella? Era così…così…stupidina! Eheh, nuovamente assecondando, sì signora, ha ragione, stupidina (stupidina?). Si trattennero poi lei e Madame Chauchat ai piedi delle scale in pietra con la guida verde di moquette, per estrarre qualche litrata d’acqua dalla valigia di quest’ultima. E io che guidavo la spedizione su per le rampe, in mezzo alla tappezzeria fiorata che aveva rubato spazio alle perline, le colonne, i cani di porcellana, le campanelle, e nuovamente i quadretti, e i cuori, e i ninnoli -in mezzo a tutto ciò, trionfali sul pianerottolo del primo piano, due grandi mastelli in peltro, antichi, di quelli per farcisi il bagno, pieni, traboccanti di pupazzi in peluche, senza occhi, senza arti, sbilenchi sbrindellati, il kapok che usciva dalle fenditure. Io scoppiai in una risata isterica, e fra le lacrime di follia guardavo Beta, sconvolta quanto me. La camera, grazziaddio, era sobria, ampia, luminosa. Sullo stesso pianerottolo, ci spiegò la signora, viveva un insegnante durante l’anno scolastico. Un salto a piè pari negli anni venti.

 

Siamo uscite a vedere la città bellissima. L’aria era buona da respirare, sapeva di fresco. Siamo salite al castello. Beta e Madame ridevano ancora della pecorella stupidina. Il sole è tramontato bruciando fra alberi gloriosi, pini marittimi, cipressi, ed ecco che mi pento di non sapere nulla dei nomi delle piante, che ce n’erano tante altre e tutte meravigliose. Poi è scesa una sera azzurra, di un buio piacevole, rassicurante. Beta ha detto cosa vuol dire un buio piacevole? E non l’ho saputo spiegare. Ma era una penombra che proteggeva e riposava lo sguardo. Siamo capitate in una chiesa, di stile indefinito. Le volte erano interamente ricoperte di stucchi e dovunque facevano capolino teschi e immagini di morte. Anche questo molto austro-ungarico, avrebbe detto poi Minerva. Uscite dalla chiesa lugubre ci è venuta fame. O meglio, è venuta a me, ma giurerei che anche Beta abbia avuto almeno, se non altro, un languorino. (Su Madame non possiamo contare, a questo proposito). La città di confine è piena di piccole locande dall’aspetto tipico. Tutte chiuse. È mercoledì sera. Alla fine capitiamo in una rosticceria greca, piena come un uovo con due tuorli. Rimangono solo tre posti ad un tavolo già occupato da una signora di mezz’età, evidentemente fuori luogo con la sua sobria eleganza e i modi misurati. Ci sediamo, e facciamo conversazione. Viene da uno stato del Baltico, parla un inglese completamente piano, senza accenti, con le vocali rotonde e un po’ strascicate dei paesi dell’est. È, come noi, una convegnista. Sta mangiando un enorme piatto di gyros, che apprezza, bat, iuuuu noou, it’s tuuuuuuuu maaac for mii. Eeeeeeend, iuuuuu noou, de miiiit is a little bit –draaaaai. Parla lentissima, ipnotica, mi sforzo per capire. D’improvviso, non so perché, prende l’abbrivio, nessuno la ferma più. Ci parla di un viaggio che ha fatto. Ai oooooolueis hed a peeeein in maai bech, bat then, iuuuuuu noou, ai hed a trip tu Peeeeru, iuuu noou Peru? Dice Pèru, anch’esso piano, senza accento. Eeeend in Peru ai hed a miiiiiistical ispiriens, iuuu nooou, uit peyote. Hev iiiiiuuuu ever hed a miiistical isipiriens?

Sconvolte, a fine serata abbiamo raccolto la novella Castaneda, che nel frattempo continuava a sproloquiare di sciamanesimo, simboli universali e tepees, e l’abbiamo caricata sulla scassatissima macchina di un privato che fa servizio taxi senza licenza. Nella città di confine, bella, civile e moderna, non ci sono tassì dopo le ore venti.

 

(tuu bii continued...)

VeraMatta

giovedì, 17 settembre 2009, ore 14:56

Io mi ricordo delle belle mani, magre, dita lunghe e affusolate, mani calde, mani da musicista, sempre, e tutti lo erano infatti, musicisti pazzi.

Le braccia no, non ci sono nel mio quadro mentale; il che è strano, se ci pensi, che per me non i baci, i baci sono una cosa goffa e umida, ma gli abbracci, quelli sono accoglienti e sicuri e non c’è nulla come un braccio che sostiene e protegge e riscalda.

Della bocca ricordo meglio i sorridi, sorrisi radi. Gente seria i miei amori, gente pensosa, burbera e sfuggente, ma quando poi sorride così, all’improvviso, e proprio a te sorride, senti risuonare tutto il cosmo.

Quello dei capelli è un ricordo sfumato, sovrapposto, un po’ mischiato, ricordo ciocche castano rossicce nere nerissime, ricce lisce ondulate, scapigliate ordinate imprecise, capigliature molto varie. Ma le ricordo con affetto. Poter toccare quei capelli, che fortuna, percorrere la nuca con le dita, e giù per la bella curva del collo, le vertebre contarle una ad una, la schiena bella e diritta avevano i miei amori.

E poi, diciamolo, un bellissimo sedere avevano, tutti quanti dal primo all’ultimo, e dovrò imparare a dire la verità quando mi si chiede: “che cosa guardi per prima cosa?” perché mi accorgo ora che no, non erano evidentemente gli occhi. Quelli li ricordo piccoli e vaghi di sguardo lontano, e meglio degli occhi mi ricordo gli occhiali –anche quelli sempre, e sempre dalle lenti tonde-. Gli occhi sono fase due, sono già conoscenza, quando ci si parla da vicino -e allora sì sono espressivi gli occhi, significativi, ci leggi cose che ancora non ti dici, e a volte che non ti dirai mai. E altre volte ancora ci leggi cose che non vorresti, e allora fai finta di non avere visto e non sapere.

La voce è indiscutibilmente dorata. Un colore avvolgente e bellissimo, e quando canta! altro che armonia delle sfere, celesti e terrene e che dir si vogliano, gli atomi senti ballare, gli elettroni che danzano la quadriglia tra orbitale e orbitale, e non ti stupire se a quel punto, nonostante tutto, ti sciogli come ricotta innamorata ai piedi del cantore.

E poi il profumo di dopobarba, e l’antologia è completa.

E ora che il dolore è sparito e le ustioni stemperate, mi piace ogni tanto comporre un florilegio di ricordi, come quando ti accomodi in poltrona con l’album di fotografie, e un po’ mi intenerisco al pensare: però, quanto si è scemi quando si ama.

VeraMatta

martedì, 21 luglio 2009, ore 14:17

Entrano nel piccolo cimitero camminando fianco a fianco, senza parlare. E' fresco, verde e scuro, sembra un giardino silenzioso; e infatti sulle rade panchine ci sono persone che sostano, leggono romanzi tascabili, tranquille. Passano accanto ad una lapide muscosa, nel granito è incisa la data 1792. "E' così antico, eppure alzando lo sguardo vedi le case occupate: Berlino è così" dice ridendo. Guarda nella direzione indicata: su un muro è scritto a lettere di vernice nera SOLDATEN SIND MÖRDER.

Lei annuisce e improvvisamente nota le sue scarpe da ginnastica bianche, in contrasto con l'eleganza della sua figura: ha i piedi piccoli, pensa. Non è stato detto perché sono lì, perché hanno deciso di rivedersi; eppure lei lo sa. "Ho un pollo arrosto a casa. Andiamo?" e lei accetta, senza stupore, e senza stupore pensa che il pollo arrosto è la cena vite fait-bien fait di chi è solo e improvvisamente rimedia una serata. E pensa che forse è imprudente salire in una casa sconosciuta, in un paese sconosciuto, al secondo appuntamento –perché non prendiamoci in giro, nulla è stato detto ma quello non è altro che un appuntamento, ne ha tutte le caratteristiche e lo studiarsi vicendevole, e la chimica sottile che comunica oltre le parole. E poi pensa al diavolo, perché è curiosa, vuole sapere come andrà a finire. E mentre ancora sta pensando sono già sotto casa, a dimostrazione che gli eventi procedono a prescindere. Va’ dove ti porta il fato insomma, e incontrano un ragazzino, biondo occhiazzurrino e bellissimo anche lui, e ci sono le presentazioni di rito. È già grande, sedicenne; ma non abbastanza, pensa lei maliziosa, accidenti. Il ragazzino è diffidente e ombroso, palesemente scontento della situazione. A riprova del fatto, pensa lei. E vorrebbe dirgli, non temere, domani prendo l’aereo e me ne vado, torno là nel nulla da dove sono improvvisamente saltata fuori: non temere. E salendo lo scalone di legno azzurro il ragazzino vìola le regole del non dire, chiedendo con eccessiva ed affettata cortesia se è necessario che lui ceni in camera sua per lasciare loro un po’ di tranquillità. Pronuncia tranquillità ma intende altro. All’unisono e precipitosamente loro lo rassicurano, no no, mangiamo tutti insieme, figurati. E arriva il pollo, con una specie di ratatouille che ha il sapore secco di un piatto affrettatamente improvvisato. Se non fosse per quella chimica sottile e silenziosa che continua a viaggiare tra di loro, sembrerebbero quasi tre persone normali, una famiglia a cena, nella piccola cucina bianca, la finestra che affaccia sul cimitero aperta ad accogliere ventate lievi di musica. “Wagner?” “Eh? Sì, può essere” “I vicini danno una festa in giardino”. E si sorridono timidamente a vicenda. Ma di punto in bianco, la domanda, diretta, sfrontata “Vuoi vedere la mia camera da letto?”; “Wie bitte?” lei reagisce scattando come se avesse udito un “Vuoi che mi spogli qui?”. Al che, la brusca retromarcia: “Ti chiedevo se ti va di vedere la casa”. E fanno il giro dell’appartamento, piccolo e un po’ accatastato, adatto a loro due soli, pensa lei. Ma bello. La finestra del bagno dà su una stretta corte interna, gradini di legno che portano nelle stanzette basse. Lei ricorda una frase “Zu viel Barock” e pensa che chi l’ha pronunciata –buffo- evidentemente non si rende conto di abitare in un edificio del settecento. Dietro una porta bianca, camera sua. E provvidenziale squilla il telefono. Parla a lungo, dentro la stanza. Lei rientra in cucina e conversa con il ragazzino, che finalmente si rilassa e ride. Parlano di scuola. 

“Scusa” le sorride rientrando, la telefonata è durata a lungo. “Un bicchiere di vino?” e lei accetta, ed escono nuovamente. L’aria nelle strade di Berlino intanto è diventata azzurro cupo, l’ultimo sole brilla ancora sulla cupola della Sinagoga. E la gente. Sono tutti fuori, nei parchi, nei locali, camminano nelle vie senza fretta. Anche loro passeggiano tranquillamente discutendo a lungo sul colore di una foglia. Sfumature di verde infinite come le sfumature del linguaggio. E sempre quella sensazione –che si sta tramutando in certezza. Vuole qualcosa che non posso dare, pensa lei, mentre le vengono mostrati cortili, giardini nascosti, strane architetture.

Si fermano ai tavoli di un piccolo caffè, tre musicisti suonano kletzmer e la notte è tiepida. Bevendo vino si raccontano, ma è ancora tutto implicito. Ha scelto un vino biondo come i suoi capelli, mentre lei ha preferito il rosso; strano, le pare tutto strano. Sguardi. La possibilità del fraintendimento, in fondo stanno solo bevendo vino, hanno solo passeggiato, mangiato un pollo –con il ragazzino. Mi avrebbe presentato il ragazzino –pensa lei, se-? Forse. Per fare leva sul mio lato materno, spesso funziona. E poi, rientrando verso casa, in Sophienstrasse, le cose si fanno più chiare, lei si vede riflessa nei suoi occhi chiari, si vede bella come nessuno l’ha mai guardata, e sente un po’ di vanità compiaciuta frammista ad una tristezza stanca. Per una volta, pensa, per una volta nella vita sono dall’altra parte del confine; mi vuole e io non voglio. Siamo uguali, perciò vogliamo cose diverse –un pensiero assurdo, eppure è proprio così. Spero che non soffra per il mio rifiuto, ma non posso farci niente. Io non sono così. E poi il momento temuto, l’abbraccio improvviso. Lei non ricambia, rimane rigida, le braccia lungo i fianchi. Si ritrae, uno sguardo ferito. Ma lei sta sorridendo. Allora sorride a sua volta, e riprendono a camminare. Si salutano davanti all’ostello. “A presto” “Grazie, e scrivimi” “Certo. Salutami tuo figlio” e si allontana agitando una mano. Un ultimo sorriso dall’angolo della strada, poi sparisce.

 

Ora che è tutto chiarito, ora forse potranno diventare amiche.

VeraMatta

martedì, 23 giugno 2009, ore 10:08

C'è questa mia Amica, che probabilmente il BuonDio le sta facendo un crash-test; e quando avrà finito i collaudi immetterà sul mercato un nuovo modello di Essere Umano, resistente a tutti gli urti le disgrazie gli imprevisti, sempre ottimista sempre ironico, con un'Anima di dimolti e dimolti giga in più dello standard, batteria al litio che la riattacchi un momento alla presa e riparte meglio di prima, e un'attenzione al prossimo che non ho trovato in nessun altro mai.
Ma vorrei dire al BuonDio che secondo me può finirla con le prove a  trazione e a compressione -ché di meglio non poteva fare, e se non si decide Lui a produrne altri esemplari, ci ha pensato lei mettendo al mondo una Figlia eccezionale.
Quindi, BuonDio, basta con i test; e se proprio devi continuare, metti alla prova la Loro resistenza alla felicità, alla pace, alla gioia.
VeraMatta

martedì, 26 maggio 2009, ore 14:12

Ci sarebbe molto da dire. Specialmente dopo Berlino, e su Berlino, in generale. Ma non me la sento, sto ancora rielaborando. Cosa è successo, non so.
Comincerò quindi generally speaking dai tedeschi in generale, di ogni ambito e grado.
E comincerò da qualche citazione:

Il fatto è il seguente: che io e i crucchi che incontro filiamo, filiamo sempre. Perchè ciò? Tenterò di darmi una spiegazione.
Perché loro sono biondi e grandi, e hanno i pumìn come Heidi, e io sono secca e scura e ciò il fascino mediterraneo, o almeno loro credono. Loro anelano in fondo a niente altro che solepizzaeamore, e pensano che qui le cose vadano così, e ammortizzano l’invidia pensando “italiani scansafatiche caciaroni” e poi sentono che li saluto in tedesco senza accenti, e rimangono “oooooooooooh” sopraffatti, e allora dicono ma lei parla un tedesco splendido, e io ma no ma no, appenappena, ma no ma no, e loro doch doch, lo parla sì. (Perché i tedeschi ti danno del lei anche se sembra che hai dodici anni tipo me, è come la presunzione di innocenza, finché non è provato che sei bimbo allora presumono che tu sia adulto e responsabile e non si permettono il contrario. È piacevolissimo). E allora chiacchieriamo, e novesudieci che io conosco la loro città, la loro fortezza, la strada dove abitano, il lago dove ogni domenica pescano le carpe, la baita dei nonni dove vacanzavano da piccoli -Heimat insomma, in qualsiasi caso, perché ci sono stata in uno dei miei folli viaggi o campi di lavoro o simili. E parla di Heimat con un tedesco e quello cascherà ai tuoi piedi. Poi ho il viso mobile e faccio le facce e loro in fondo sono affascinati, perché non sono capaci, si sentono freddi –e io lo faccio ma senza esagerare tipo uè uè signo’, cosa che invece li irriterebbe. Lo faccio non perché lo voglio fare ma perché mi viene, sono programmata per fare le facce. Non mi posso esimere. E poi i crucchi sono affascinati dalla forza, e io sono piccola ma sono un panzer, nei momenti buoni s’intende, quando sono entusiasta -e prima che possano scoprire che non sono profescional come sembro ma sono approssimativa proprio solo come un italiano può essere -bon, sono già ripartiti, o son ripartita io, e ciau ciciu, si portano via con sé la loro illusione, e diffondono la mia fama presso altri crucchi, e via così all’infinito. Poi loro sono molto molto fleißig, quindi io parto subito parlando di lavoro/ambito comune di interesse, e loro son rassicurati (italiana ma non caciarona, teh) –ma in fin dei conti stanno già pensando solepizzaeamore, perché lì sperano inconsciamente si vada a parare, e alla fine ci cascano! Loro stessi pilotano il discorso fino ad arrivare a quantebbellal’italia, e quantebbuonoilvino –come potete essere così magri con questi formaggi squisiti, mangiassi io così tempo una settimana sarei largo tanto-, e quantemmusicalelalingua –Gott, potrei ascoltare parlare italiano per ore, e non capisco ma mi lascio cullare dalla musica (siamo o no il popolo di Wagner?). E bon, da lì I found my love in Portofino, sono finiti cotti e panati, e mi invitano di qua e di là, e mi danno materiale, e mi adottano e mi sorridono da orecchio a orecchio. E va da sé che per me è la stessa identica cosa, li adoro perché sono grandi biondi e occhiazzurrini, perché hanno Thomas Mann e Wagner, e il Bauhaus, e per quella birra meravigliosa e l’insalata di aringhe e il currywurst e per l’odore di gomma bruciata della S e U Bahn di Berlino, per la signorina che dice zürück bleiben bitte biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii e il treno riparte e poi ti dice nächste Station, chessò, Mendelssohn Bartholdy Platz, oppure HackescherMarkt, Alexanderplatz, Humboldthain, Parchimer Allee (tu sapessi che fermata Parchimer Allee) übergang zu Metro-Bus, oppure Metro-Tram (ma perché, perchè son così ossessionata dai mezzi di trasporto? Stadtverkehr, dimmi perché) e Dio mio il suono di queste fermate, i nomi, potrei ascoltare parlare tedesco per ore, foss’anche l’elenco del telefono, mi lascio cullare dalla musica (siamo o no il popolo di Puccini?). Loro sono per me Travemünde con tutte le dune il vento e le meduse spiaggiate, io sono per loro la Costiera Amalfitana o Pachino con tutto il sole, barocco e mosaici, pomodorini e cassate. -O nella peggiore delle ipotesi –nel caso tedeschi truzzi- potrei essere Milano Marittima (Cattolica maI). Insomma siamo l’antitesi gli uni degli altri e rappresentiamo tutto ciò che l’altro ammira e non potrà mai essere, e questa è la storia del mondo da quando i Greci inventarono Era bracciobianco e il biondo e villoso Achille. Noi ci maceriamo in ciò che non possiamo essere, ci crogioliamo in ciò che non possiamo avere.

E, ciò concluso, tenterò di rielaborare Berlino.

VeraMatta

domenica, 12 aprile 2009, ore 14:45

Ho traslocato. Adesso abito in Stanza Da Lavoro, dove stanno il ferro e l'asse da stiro, i compiti dei marmocchi di mia madre, la sedia del gatto. Il divano dal quale scrivo ora è stato convertito in letto. Ho preso lo stretto indispensabile dalla Madre Patria -che sta peraltro in fondo al corridoio: il computer, gli appunti di statica, il sacchetto di taralli anti svenimento di mezza mattina. Tre libri: autobiografia di Stephen Fry, una mappazza alta 10 centimetri di Morante e Mutter Courage di Brecht, ché si adatta alla situazione. Il dizionario di tedesco. Un cambio di vestiti, pigiama, il lettore mp3. Ah, e la crema per le mani, che io uso più che altro da fiuto. Sa di mirra. Eccheccos'è la mirra, e chi l'ha mai capito in anni e anni di infanzia cattolica. Oro, incenso e mirra. Boh. Mistero giustappunto della fede. Poi Minerva mi ha regalato questa crema, c'era scritto "Crema Mani alla Mirra", l'ho aperta e sapeva di cattedrale. Incenso dolciastro e penetrante, avete presente? Ecco, ho scoperto che la mirra sa di quello. Perciò quando voglio fare pensieri profondi -o anche quando voglio pensare a Minerva, seppure lei proprio nulla c'entri con le cattedrali- svito il tubetto e annuso la crema per le mani.
Fa freddo, qui in Stanza Da Lavoro. Non capisco perchè il gatto venga così volentieri a dormirci. Io comunque mi ci devo adattare.
Come cambiano le cose, e come cambia il mio atteggiamento. Dieci minuti prima verso una determinata persona mi sento sciogliere d'affetto, e le ore perse per vederla cinque minuti mi sembrano ben spese. Un attimo dopo, verso un'altra persona, un Consanguineo poi, scopro di essere gretta meschina egoista -e mi sento violata nel privato dovendo riorganizzare vita e casa. C'è da dire che molto dipende dall'atteggiamento altrui. Vuoi guarire? Pronti, energici, e niente è troppo. Vuoi autodistruggerti? No, allora non lo accetto. Mi viene da dire "arrangiati".
Ma non ci lamentiamo, sembra che le cose stiano andando meglio del previsto, niente atteggiamenti ostruzionistici, collaborazione, moderato ottimismo. Così mi sta bene. Ok, ce la possiamo fare. E mi farò piacere la Stanza Da Lavoro, dai, già mi ci sento sistemata.
Stavo considerando una cosa: a noi Matti le festività portano grossa sfiga. Nonostante la famiglia sia cattolica, forse dovremmo cominciare a pensare ad un cambio di festeggiamenti: chessò, Chanukkà invece di Natale, Pesach invece di Pasqua (tanto per non allontanarci troppo dall'area di pertinenza). No, perché ho notato che negli ultimi dieci anni rare volte abbiamo passato questi momenti a casa o fra parenti e amici e cibo come dicono che la Gente Normale faccia di solito: tanto più spesso invece tra ospedali case di riposo ed estemporanei prontosoccorsi. E anche stavolta non facciamo eccezione. Comincio ad averne un po' le tasche piene. Ecco, sì, potrebbe essere una adeguata conclusione. Considerazioni della Matta dalla sua nuova postazione in Stanza Da Lavoro: "ci si adatta a tutto, ma potremmo fare basta per un po'?". Chi di dovere prenda nota della cortese richiesta, grazie.
E se proprio così deve andare, non potremmo migliorare un po' le previsioni meteo? Perché sweet showers una mazza, è il diluvio universale alternato ad acqua gelida e fine alternata a nebbia bagnata, e -da parte mia- comincio a sentire una lieve depressione, nonostante le ottimistiche considerazioni di Chaucer.
E se proprio così deve andare, spero di vederti di nuovo e presto prestissimo abbracciarti ancora.
E se proprio così deve andare, forse è ora di ridefinire una volta per tutte le mie priorità.

VeraMatta

lunedì, 23 marzo 2009, ore 12:27

Sto facendo fiori di carta. Cinquanta ne voglio fare, per il momento sono a quota undici. Ma ho fiducia, riuscirò a farne abbastanza, riuscirò a fare in tempo. Questo mi fa fare l'affetto, e il terrore -sono terrorizzata infatti- e anche una sorta di anticipo della gioia che avrò nel rivederti. Spero che cinquanta bastino. Mi sono immaginata la scena: prima entrerà il mazzo, enorme, infinito, esorbitante. E solo dopo vedrai chi lo regge, il che sarà buffo e al tempo stesso significativo del mio affetto per te, e darà a me il tempo -spero- di ricacciare l'emozione. E' adesso. In questo momento. Non posso far niente, e quindi piego carta. Cinquanta gigli. E' qualcosa di catartico, ti assicuro. Cinquanta gigli composti dalla prima pagina dell'Oeuvre au Noir, IL libro, come dicesti tu. In eleganti colori esterno arancione o bordeaux, interno in giallo. Si accettano ordinazioni.
Sono tremendamente angosciata, e credo si capisca dalle fesserie che scrivo. Dite che cinquanta basteranno? Mentre io piego carta, tu sei laggiù. In standby. Mi immagino almeno che funzioni così. Il togliere conoscenza, aprire un corpo e operare, termine tecnico che non rende affatto la complessità dei significati. Dove sei ora? Anima e corpo sono due diverse entità, l'una contenuta dentro l'altro -i famosi precordi dei Greci, il famoso conflitto cattolico- o sono la stessa cosa? Propendo, così a pelle, per la seconda opzione. E allora dove sei ora, che ti hanno messo in standby come una macchina, e come una macchina ti aprono e ti aggiustano? Sei lì, sei altrove, dormi o sei sveglia? Io un'operazione -non riesco a farne a meno- la percepisco come un sacrilegio. Qualcuno che mette le mani dentro di te, dentro la tua essenza! E lo fanno per aggiustarti; e poi ti riavviano, come un sistema operativo? E stavo anche pensando che c'è qualcosa di assurdo in come tutte le persone che mi sono più sacre siano passate di lì, dove ora passi tu. Sono state violate, qualcuno ha guardato dentro di loro come se fossero solo corpo. Non fraintendete: mi sta bene così, è ciò che ha fatto sì che queste persone siano ancora con me, ora -ma è più forte di me: sacrilegio! E' un corpo vivo! E' una persona! Sei tu!
Anche io, in ogni caso, ho compiuto sacrilegio: una settimana fa, ad Ivrea, in una chiesina verde e scura, ho acceso un cero davanti a Santa Liberata. E' stato sacrilegio verso la Santa, perchè il cero era finto, di quelli a corrente. E' stato sacrilegio verso quella che chiamano Scienza, la Medicina, alla quale ho dimostrato così di non credere -nonostante tu sia, ora, affidata a lei. Ed è stato sacrilegio anche verso quello che chiamano Dio -mancanza di coerenza assoluta con le mie affermazioni e la mia inesistente fede. Me ne rendevo conto, eppure l'ho fatto lo stesso, per te e perché non si sa mai. (So che non approveresti). Perchè una cosa che non riesco a fare è stare qui ed aspettare. Quindi ho acceso il cero, e adesso piego fogli di carta.
E in fin dei conti non riesco a cacciare questa assurda sensazione, credo derivata dalla mia infanzia cattolica, del tutto sta andando come doveva andare, dell'era scritto. Ad esempio mi viene da pensare di aver scelto di diventare architetto per avere l'occasione di conoscere Madame, conoscere Madame per farle da borsista, farle da borsista per imparare a fare gli origami, imparare a fare gli origami -in definitiva, solo ed esclusivamente per poter preparare questo enorme mazzo per te. E, se la penso così, è cosa giusta e buona e per niente sminuita. Mi andrebbe bene se tutto lo scopo della mia vita in questo momento fosse produrre fiori di carta con le pagine del tuo libro preferito. Perché ho la presunzione di credere che in fin dei conti adesso, da me, tu abbia  bisogno di questo, o di qualcosa di simile.
Quindi sto qui, piego carta, e aspetto notizie.


UPDATE:
Quarantadue gigli sono stati montati su steli di filo di ferro, e attendono di essere rivestiti di carta crespa bordeaux.
Altri otto gigli, e probabilmente otto rose di carta nasceranno nel prossimo futuro.

VeraMatta

domenica, 22 febbraio 2009, ore 12:35

OGGETTO: concert
"Bonjour à toutes et à tous,
Vous trouverez en pièce jointe les informations concernant le prochain
concert d'Alexis ..., dont les routes musicales ont croisé celles de
certaines et certains d'entre vous à N.
Très bonne continuation et à bientôt de vos nouvelles.
Bises musicales."

Ogni anno, nell'afosa estate borgognona, le casine in legno del piccolo sperduto borgo di N. vengono invase da giovani musicisti. La settimana dei violinisti, la settimana dei flautisti, la settimana dei pianisti -e, a chiudere, la settimana della musica da camera. Nell'estate del duemilaepochi vi atterravo anche io, spedita alla ventura dal mio fu insegnante di pianoforte.
Il viaggio fu assurdo, interminabile. L'ultimo cambio lo feci a Digione -scesa dalle lucide vetture dell'Alta Velocità mi arrampicai, trascinando la valigia, su un misero vagone regionale blu polveroso, dai sedili consumati. Era deserto. Un minuto dopo salì un ragazzino; non dimostrava più di quattordici anni, secco, dagli occhiali tondi, capelli a scodella, ricordava parecchio Harry Potter. Seduto nel posto di fronte al mio, ci guardammo un po' di volte ma senza simpatia. E fu con grande sorpresa che capimmo di essere diretti nello stesso posto, quando, scesi alla minuscola stazione di V., ci dirigemmo entrambi verso la scassatissima Peugeot dalla quale una donna gridava "Les pianistes, par là". Saliti in macchina ci presentammo. "Alexis" disse lui ingrugnito. Guidando attraverso le colline e i vigneti, la donna ci chiese se avevamo intenzione di fare i musicisti di professione. Risposi che non credevo, che non mi sentivo questo talento avendo iniziato troppo tardi. Il ragazzino si voltò di scatto, mi squadrò di uno sguardo freddo ed evidentemente emise il suo giudizio interiore. Alla domanda, lui rispose "Bien sûr" con grande sufficienza.
E talento ne aveva, in effetti. Parecchio, anche. E soprattutto l'enorme faccia tosta di chi è serenamente sicuro delle sue capacità. L'esatto contrario di me, insomma -infatti ci prendemmo molto male. Per lui non c'era spazio per chi volesse imparare, come per me non c'era spazio per i presuntuosi. E sì che era pieno di gente in gamba, all'epoca probabilmente anche più di lui. Ricordo la ragazza bionda prosperosa, che suonava Debussy e voleva entrare al Conservatorio di Parigi. Il ragazzo bruno di lei innamorato, dalle camicie hawaiane assurde, respinto con tristezza l'ultima sera. La ragazza dal nome tunisino con la quale divisi il pianoforte, che mi fece innamorare delle Davidsbündlertänze. Le ragazze giapponesi cortesi e sempre in coppia, come le quindicenni di Lyon, ridarelle e scanzonate. Le "zie", anzianotte e svaporate, inclini al pettegolezzo più che alla tastiera. I due dodicenni con i quali ebbi l'onore di dividere l'alloggio, che mi regalarono l'ultimo giorno un pipistrello di gomma. Il biondino tipo Ashley di Via col vento, che si scoprì essere figlio della famosa pianista -e vinse le grazie della bionda prosperosa- e infine la Famosa Pianista in persona, che mi mise immediatamente a mio agio dicendo merde quando le cadde il tovagliolo e un calorosissimo sorridente merci quando glielo raccolsi.
Tutti cordiali, sorridenti, generosi, nelle pause giocavamo ai tarocchi nel vecchio granaio o al cafè del paese. Ci spartivamo i pochi pianoforti -io suonavo in una casa alla fine del borgo, dalla porta sempre aperta (mi fu anzi chiesto di non bussare ed entrare e uscire a mio piacere), con un arruffato cincillà nella sua enorme gabbia dietro al pianoforte. I gattini di casa, prima sconcertati, il terzo giorno cominciarono a dormire nella mia borsa. La mattina del quarto spuntò un marmocchio treenne, che si divertì un paio d'ore a fare capolino da dietro il pianoforte urlando Bonjour toi! ogni cinque minuti. Suonavo qualche ora, poi andavo a lezione, poi suonavo ancora. Mangiavamo piatti marocchini in una taverna lungo il fiume, gestita da una strana famiglia di olandesi. Io dormivo, con i dodicenni scatenati, nella casa del sindaco, al quale tutti, per farlo imbestialire, amavano togliere il "De" davanti al cognome. Il sindaco, probabilmente immemore della rivoluzione francese e credendosi una specie di feudatario, viveva con la moglie pazza in una villa antica dai tetti spioventi, camini monumentali e scale a chiocciola. Avevo una stanza nel sottotetto completamente rivestita di carta da parati a fiori, un letto alto e corto, un cuscino cilindrico e uno scrittoio con il buco per il calamaio. Mi sembrava in definitiva di essere in un romanzo di Balzac.
E Alexis stesso pareva un personaggio da romanzo. Trattato da enfant prodige dai grandi, faceva gruppo a sé, aveva un pianoforte tutto per lui, e non dava confidenza a chi non suonava nel corso di perfezionamento. Io avevo allora sedici-diciassette anni -ho scoperto adesso, grazie al web, che siamo coetanei, e sono rimasta sconvolta. Sembrava davvero un bambino, con quell'aria consapevole da piccolo genio -e piccolo non era, non era enfant prodige. Era bravo, bravissimo, ed estremamente immaturo. Criticava il mio modo di giocare a ping pong. Si rifiutava di giocare nella mia squadra ai tarocchi perché non ero esperta (chiedo venia, erano anche tutti francesi tranne me, io gioco al massimo a scopa). Definì il programma di concerto del mio professore (giunto nel frattempo e subito ripartito -non sentì neanche il mio saggio sto disgraziato) "ridicolo e infantile" (suonava Satie). Giudicò il mio nome "assurdo" perchè privo di adeguati equivalenti in francese. A cena teneva banco in uno dei tavoli, scherzava pontificava e si infervorava fino a sentirsi male. Una sera, nel mezzo di un discorso in tedesco (sa Dio perché), divenne bianco come un cencio e svenne. Fu il panico. Mi immagino ancora che soffrisse di qualche male interno, chessò, tbc, avrebbe completato il quadro del personaggio romantico. Il giovane Balzac fu accompagnato a casa a braccia e messo a forzato riposo per un giorno. Poi si scoprì che passava tutta la notte in piedi, a comporre.
L'ultimo giorno sedevo sconsolata presso il fiume, sotto i platani, e guardavo la corrente scorrere pigra. Il saggio era stato un disastro, soprattutto a livello emotivo. Non ero riuscita in alcun modo a controllare la paura. Mi sentivo sola, sconfitta, demoralizzata. Arrivò Alexis. Era a piedi nudi, e si era drappeggiato addosso un enorme lenzuolo. Sulla testa portava una corona di foglie evidentemente ricavata da un cespuglio. Ero seccata dall'assurda apparizione. Gli chiesi come cavolo si era vestito. Serissimo, salì sul parapetto, si mise in posa e dichiarò di essere il Giulio Cesare del pianoforte. Scoppiai a ridere, e lui mi guardò stranito. Allora capii che ci credeva veramente.
"Probabilmente sei un genio, ma di sicuro sei completamente matto", mi alzai e me ne andai.
"Ehi" mi gridava dietro mentre mi allontanavo "non essere triste, si torna a casa!".

Ho capito in seguito che quella è stata probabilmente la più alta dimostrazione di empatia di cui fosse capace -dimenticare un momento di essere Giulio Cesare per urlarmi una frase di conforto. Avrei perlomeno dovuto dirgli un grazie qualsiasi.

Adesso scopro che effettivamente si è rivelato quel genio che sembrava essere. Pluridiplomato in pianoforte e composizione, in Francia e Germania, plurivincitore di concorsi, è lanciato verso una carriera internazionale -credo che possa veramente sfondare, e glielo auguro.
Piccolo genio pazzo e via, tutto sommato simpatico. Bonne chance.

VeraMatta

martedì, 20 gennaio 2009, ore 10:21

Frequentavo il ginnasio -probabilmente la quinta, ero in macchina con i miei genitori, una sera di un sabato d'inverno. Procedevamo lenti sul ponte, la gente tornava a casa verso le borgate e la periferia dopo le vasche pomeridiane sotto i portici del centro. E c'era un tizio, giovane sulla trentina, biondino vestito di jeans, che andava a piedi; camminava rasente le alte barriere metalliche -non c'è più il parapetto, data la triste fama del ponte- e sembrava non avesse fretta, nonostante il freddo. Guardava giù nella campagna nera, verso il buio assoluto. Forse è stato questo che ci ha colpito, che lui sembrasse vederci qualcosa, là sotto. E' stato un momento, di improvviso si è bloccato e con un guizzo si è arrampicato sopra la barriera; e ancora più d'improvviso -ancora non mi spiego la dinamica dei fatti- mia madre era fuori dalla macchina che lo tratteneva per un piede, gridando Si butta!. E poi c'è un fotogramma quasi immobile nella mia memoria, eterno, con l'uomo appollaiato in equilibrio precario, un piede e le due mani sopra la grata, l'altra gamba a cui mia madre sta letteralmente appesa, il torrente e i campi da qualche parte in quel buio, quasi cinquanta metri più in basso; e l'uomo si volta e urla di lasciarlo andare. Vedo i suoi muscoli che si tendono nello slancio del salto -e la mano di mio padre che lo afferra per la giacca e lo tira giù.
Io pietrificata sui sedili posteriori, dopo un minuto riuscii a riprendermi quel tanto da inserire le luci d'emergenza e tirare il freno a mano -ché la macchina, spentasi con un salto, cominciava a scivolare indietro. I miei lo tennero fermo fino all'arrivo dell'ambulanza, calmissimi mentre lui gridava e scalciava.

Ricordo, mentre andavamo via, che immaginai i miei solitamente pacatissimi genitori come membri in gioventù di una squadra speciale d'assalto dei marines, o come negoziatori dell'efbiai.
E ricordo che tremavo come una foglia, e mio padre per calmarmi disse non ci pensare, e io risposi come posso non pensarci?, convinta che non avrei scordato niente finché campavo.
E invece, vedi il tempo cosa riesce a fare, l'avevo del tutto dimenticato.

VeraMatta

Heracleum blog & web tools